mercoledì, novembre 08, 2006

Sento una forza dentro

che neanche io so come.

Proprio non lo so. Era un giorno come un altro, uno di quelli in cui ti alzi al mattino, sempre un po' in ritardo, e ti prepari ad uscire in tutta furia. Vai al lavoro e le solite cose insomma. Ma forse, se si credesse nel destino, questo sarebbe stato uno di quei casi in cui si sarebbe manifestato nella sua forma più smagliante. Sì certo, quella mattina faceva piuttosto freddo, del resto l'inverno era alle porte e suonava anche il campanello. Quindi megli aprirgli e accettare il suo arrivo senza troppe storie, che altrimenti si sarebbe imbronciato e sarebbe stato anche peggio. Insomma, il tempo di sentire un'aria un poco più frizzante e le luci del sole con un taglio diverso, ma nulla dipiù. Tant'è che Giacomo quasi non ci fece caso, solo poco prima di entrare al lavoro notò dietro qualche albero la palla solare che sbirciava e sembrava voler giocare a nascondino. Ma non era l'ora e bisognava varcare l'altra porta, quella lavorativa. La giornata al solito sarebbe stata lunga, e la luce solare non tanta. Tutto regolare. Tutto trascorse normalmente. Ma poi all'improvviso un particolare gli balzò in testa con tutto il suo peso e la sua insistenza. Non voleva uscire, era disposto a pagare pure un affitto, più che simbolico. Non c'era nulla da fare. Non rimaneva che fare una cosa: chiedere aiuto al suo vicino di casa Totoro. Era uno dei pochi che riusciva ad entrare in contatto con lui. Un po' come Mei e sorella del film di Miyazaki, le uniche due nell'arco della pellicola che riuscivano a vederlo e ad entrare in contatto con lui. Come col "gatto autobus"... Quello spettacolare "mezzo di trasporto"... Ti prendeva e ti portava dove desideravi, almeno con Mei era così. Con Giacomo un po' diverso, ma poteva ammirare comunque le sue innumerevoli zampe e la sua faccia da gatto del paese delle meraviglie, mentre saltava da una parte all'altra della città, magari correndo sui fili della corrente. Sperando sempre che non piovesse, altrimenti rischiava chissà quale scossa. Forse con un ombrello avrebbe risolto, ma lo stesso Totoro ne avrebbe avuto bisogno, purtroppo quello regalatogli da Mei col tempo si è rovinato, non riusciva proprio a liberarsene tanto gli piaceva sentir cadere le gocciole sulla sua stoffa. In altro caso avrebbe potuto pure tentare un viaggio su di una trottola gigante, ma era sempre quell'essere grande grosso e bonario a saperlo portare per ilverso migliore, si rischiava di incidentarsi... Ma insomma, provò a chiedergli aiuto e tutto si risolse come se nulla fosse, una gran bella coincidenza forse, sarà stato destino? Non si sà, ma credo che grazie al "Mio vicino di casa Totoro", oltre che poter risolvere diversi problemi si possano passare dei gran bei momenti, lieti e sognanti. Impossibile non riuscire ad immedesimarsi nelle due sorelline. Anzi difficile poiché si rischia di farlo in entrmbe contemporaneamente. Impossibile non trovare simpatia e stima per quel padre sempre dalla risposta divertente e coinvolgente, dalla capacità di poter risolvere in ironia le paure delle sorelline tramutandole in motivo di festa. E l'anziane signora? Dalla grande disponibilità e voglia di far la nonna. Pochi i personaggi principali, molto ben caratterizzati e molto positivi. Ma sopratutto le espressioni di gioia, o anche di tristezza decisamente significative. Lo stesso Totoro pur non parlando a voce parla con gli occhi. Da sogno la sua danza notturna e il viaggio sulla bussola... Un personaggio più unico che raro, che penso a ragione sia stato preso a simbolo dello studio Ghibli. Un film che ha segnato lo stesso Miyazaki, tanto che diverse scene della stessa "Città Incantata" sembrano esser stati presi pari pari da qui. Una favola? Forse. Una poesia? Anche. Un sogno? Sopratutto. La bellezza di esser bambini e di avere tanta fantasia.

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